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domenica 5 giugno 2011

Dubbi (confutabili) sul referendum contro l'atomo

Si sta diffondendo il panico circa la consultazione sull'atomo di domenica prossima. Si teme che l'abrogazione dei commi 1 e 8 dell'art. 5 della legge 75/2011, ovvero quelli sui quali verte il quesito referendario, potrebbe ridar vita alle disposizioni previgenti e quindi annullare la sospensione del nucleare facendo ripartire il programma del governo.
Il testo di ciò per cui si vota è disponibile in rete e la lettura accorta dell'art. 5, anche se solo sommaria, ci permette di disperdere il fumo del dubbio sulla bontà del referendum.
Intanto è facile notare come sono i commi dal 2 al 7 quelli che contengono l'abrogazione delle vecchie disposizioni sul nucleare e dunque non è su quella che verte il voto. Ci si occupa, al contrario, degli unici commi che non abrogano un bel nulla, ma che spiegano le ragioni dell'intervento legislativo ed anticipano l'azione futura dell'esecutivo. Si tratta evidentemente di norme programmatiche, semplici intenzioni del legislatore per l'avvenire.
Comma 1 - Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche, mediante il supporto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare
Il primo comma che si abroga è quello che fa venire le maggiori perplessità: la legge afferma che non si procede col programma nucleare e noi abroghiamo questo passo della legge? Apparentemente il voto non ha logica e ha di conseguenza fatto gridare al suicidio.
Non dobbiamo però dimenticare che l'abrogazione esplicita delle disposizioni sul nucleare è già presente negli altri commi e che quindi l'abrogazione implicita derivante dall'attuazione di questa parte della legge non è necessaria per dire addio all'atomo. Inoltre non si deve dimenticare che non ha alcuna importanza ciò che il referendum toglie, ma conta solo ciò che risulterà dalla soppressione: cancellato il comma 1 rimarrà proprio una legge che elimina le disposizioni sul nucleare delle leggi precedenti.
L'insidia di questo comma è rappresentata dall'inizio: si subordina l'interruzione del programma all'acquisizione di nuove evidenze scientifiche. Dunque, implicitamente, una volta ottenute tali evidenze sarebbe possibile ripartire col nucleare a spron battuto. E' questa la ragione per cui se ne chiede l'eliminazione.

Comma 8 - Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico e del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, adotta la Strategia energetica nazionale, che individua le priorità e le misure necessarie al fine di garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l'incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell'energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali. Nella definizione della Strategia, il Consiglio dei Ministri tiene conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale sulla sicurezza delle tecnologie disponibili, degli obiettivi fissati a livello di Unione europea e a livello internazionale in materia di cambiamenti climatici, delle indicazioni dell'Unione europea e degli organismi internazionali in materia di scenari energetici e ambientali.
La pericolosità dell'abrogazione di questo papiro, invece, non è ben chiara. Si dice che eliminerebbe tutta la politica energetica del governo con l'eccezione del nucleare, ma, come abbiamo visto, il nucleare sono altri commi ad eliminarlo e l'approvvigionamento energetico del paese dovrebbe essere una materia troppo importante per essere relegata ad un unico comma di un decreto-minestrone che tratta di tutto e di più.
Il vero senso della richiesta di abrogazione è appunto la carta bianca che questo comma, lungo, ma ugualmente fumoso, lascia all'esecutivo per la definizione della nostra futura politica energetica. Con il referendum si vuole togliere questa attribuzione totale di fiducia al governo nuclearista, dando un segnale politico forte per la necessità di un cambiamento di rotta sul tema.

mercoledì 20 aprile 2011

Salta il programma nucleare italiano e, con esso, saltano i referendum

Un emendamento al Senato dovrebbe finalmente cassare una volta per tutte il velleitario piano di ritorno al nucleare del governo italiano. Formalmente dovrebbe essere un rinvio a tempo indeterminato (al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche sulla bontà del nucleare si procede nel frattempo alla sua abrogazione”), in pratica è una marcia indietro radicale che dimostra ancora una volta l'inconsistenza politica di Berlusconi, incapace di tenere ferma la barra quando la sua linea è impopolare. Era l'invito del ministro Prestigiacomo: se non si cambia rotta su questo, si perdono le amministrative.
Naturalmente, a noi va benissimo così, perché è meglio avere un governo-macchietta che un paese invaso da centrali e scorie nucleari. Ma è credibile una formazione politica che prima fa di un tema il punto cruciale della propria agenda (in un campo così importante come quello degli approvvigionamenti energetici) per poi, alla vigilia di un referendum che potrà permettere di sondare l'opinione popolare, ritirarsi senza colpo ferire?
Ora il ministro Romani chiede a gran voce che il programmato referendum non si tenga più. Del resto, una volta cambiata la legge su cui si vota, non è più possibile (e sarebbe insensato) chiedere agli elettori un parere sulle disposizioni non più vigenti. Così il più visibile dei quattro referendum del 12-13 giugno viene spazzato via e tutti gli elettori che sarebbero andati alle urne principalmente per quello, magari, preferiranno una gita fuori porta al voto.
E' ormai da decenni che le campagne elettorali referendarie non si basano più sull'invito a votare in un certo modo, ma sull'invito a rimanere a casa: sommando l'astensione politica all'astensione degli indecisi e a quella abituale è molto facile non raggiungere il quorum richiesto per la consultazione. E non è certo quello sul nucleare il quesito più importante per il governo Berlusconi, visto che in gioco c'è ciò che resta della legge sul legittimo impedimento, ovvero quella che permette ai membri dell'esecutivo (Napoleone jr. in primis) di sfuggire alle udienze inventandosi ad arte impegni istituzionali.
Se rinunciano alla più odiata delle leggi, allora possono sperare di accaparrarsi anche la maggior parte della posta in gioco: il fallimento referendario sui quesiti dell'acqua pubblica e del legittimo impedimento. Risulterebbe un'ottima vittoria per il governo e un modo formidabile per presentare mediaticamente Berlusconi come il migliore interprete della volontà popolare (una sorta di nuovo Führerprinzip). Il fatto che, magari, in molti non avranno nemmeno saputo del voto del 12-13 giugno non avrà alcuna importanza sulla stampa asservita, tantomeno su quella "libera", che preferirà invece affrontare ad otto colonne argomenti come le ragioni politiche che hanno spinto la gente a disertare le urne, le conseguenze della sconfitta sulle opposizioni e sui movimenti promotori e, per concludere, si prodigheranno in un plauso generale al Capo per il modo in cui ha saputo gestire la faccenda.

mercoledì 13 aprile 2011

Il referendum nucleare italiano e la nuova Chernobyl

L'agenzia atomica giapponese ha provvisoriamente alzato il livello dell'incidente di Fukushima al settimo grado della scala, ovvero al massimo possibile. Nella storia, solo il disastro di Chernobyl era stato dichiarato di una tale gravità, anche se l'autorità garantisce che la fuoriuscita di materiale radioattivo avrebbe una consistenza pari appena ad un decimo di quella rilasciata nel caso ucraino.
Il guasto è lungi dall'essere riparato e il Giappone continuerà a temere la centrale di Fukushima per un tempo che ancora non è stato stimato, mentre tutti coloro (Chicco Testa in prima linea) che inizialmente brindavano al "non è successo nulla" sono costretti umilmente a tacere.
Intanto c'è chi osserva lo strano parallelismo tra i due referendum italiani sull'energia atomica, quello del 1987 e quello del 12 giugno: tutti e due tenutisi a poca distanza dai più gravi incidenti nucleari della storia, questo addirittura a pochi mesi dallo scoppio di una crisi che potrebbe perfino protrarsi fino alla vigilia del voto e che comunque sarà protagonista del dibattito pubblico prereferendario.
Il fronte del , dunque, ha nuovamente questa formidabile arma, la tragica esperienza recente. Il fronte del no, invece, stretto attorno al governo e alla lobby nuclearista, è molto più tentennante: al voto preferisce l'astensione, la negazione dell'election day e il disincentivo all'espressione popolare perché ci sono questioni sulle quali la gente non è in grado di esprimere un parere consapevole. La sua posizione politica, del resto, è debolissima dopo la moratoria di un anno approvata di recente e alla luce della sostanziale mai attivazione del programma nucleare italiano.
Il governo, però, sull'atomo ha puntato molto e una sconfitta in materia equivarrebbe ad una sostanziale sfiducia espressa dall'elettorato. Il boicottaggio del referendum, invece, sommando all'astensione politica (i contrari), quella fisiologica (gli apolitici) e quella degli indecisi (coloro che non hanno un'idea sul tema), gonfierebbe ad arte le cifre del consenso governativo e permetterebbe al nostro piccolo Napoleone nazionale di rimanere in sella un altro po' (e automaticamente evitare i processi penali a suo carico).

martedì 9 novembre 2010

La nuova frontiera del nucleare italiano: l'archivio

Niente stanziamenti, assenza di personale specializzato, esecutivo traballante. Sono questi i tre elementi che probabilmente faranno saltare il piano di ritorno all'energia atomica su cui Berlusconi e Sajola avevano puntato tantissimo, ma che in realtà sembra destinato ad aggiungere un nuovo elemento alla lunga serie dei desiderata berlusconiani.
Per prima cosa, l'accordo con la Francia non era nemmeno classificabile come un preliminare, dato che era un semplicissimo impegno molto generico e non vincolante per l'impiego di tecnologie transalpine nei nostri ipotetici futuri cantieri. Tuttavia per la sua estrema indeterminatezza era idoneo solo a rivestire un significato politico.
Senza vincoli giuridici, il governo avrebbe dovuto occuparsi della questione rispettando solo parametri politici e, ovviamente, di bilancio. I numeri della maggioranza, però, sono sempre più incerti e, tra una defezione e l'altra, il timore di inimicarsi il proprio collegio approvando una centrale atomica nei suoi paraggi dovrebbe influenzare i parlamentari più di qualsiasi logica di coalizione. Con le camere paralizzate e le liti tra partiti sempre più frequenti, infine, è da escludersi che Berlusconi abbia voglia di impaludarsi in uno spot radioattivo.
Infine la questione dei soldi: non ci sono nemmeno per accontentare i ministeri, dice Tremonti, per cui figurarsi per inaugurare cantieri costosissimi e dalla durata aleatoria come sono quelli delle centrali atomiche. Inoltre fornire l'agenzia nucleare di nuovo personale specializzato e adeguatamente pagato sarebbe un impegno francamente eccessivo per le nostre dissestatissime finanze pubbliche.
Inesistenza di vincoli giuridici e internazionali, assenza di personale idoneo (23 anni senza centrali si fanno sentire...) e impossibilità di spesa faranno sì che la neonata agenzia guidata dal nuclearista Veronesi (sì, proprio quel Veronesi oncologo che, contro ogni statistica, diceva che i fumi di incenerimento non influenzerebbero il tasso di incidenza tumorale) sarà una scatola vuota priva di qualsiasi funzione operativa. Meglio così, forse.

venerdì 5 novembre 2010

Ecopragmatico (con ogm e scorie radioattive al seguito)

Stewart Brand è una delle figure di spicco dell'ecologismo americano. E' visto da alcuni come un messia, da altri come un traditore della causa ambientale. Gli piace definirsi un ecopragmatico, neologismo che indica un ecologista non arroccato su posizioni ideologiche, e il suo nuovo libro, Una cura per la Terra, fa già discutere.
Nel saggio l'autore sostiene che il futuro del pianeta sarà garantito da megalopoli ad altissima densità abitativa, dagli OGM e dall'energia nucleare e su La Repubblica è apparsa un'intervista in cui ci viene data un'anticipazione molto interessante.
Sulle città sovrappopolate sembra più pragmatico un idealista come Latouche che parla di decrescita (dell'economia e della popolazione), piuttosto che un americano pragmatico che ci invita a trasferirci tutti in supercondominii da migliaia di residenti in stile giapponese, dove la spersonalizzazione è completa e finalmente l'individuo subirà una volta per tutte la trasformazione da persona a numero: se anche questo fosse un toccasana per l'ambiente, lo sarebbe maggiormente per gli strizzacervelli che vedranno aumentare esponenzialmente i pazienti che si rivolgeranno a loro per depressione.
Quanto agli OGM, più che al futuro sembrano ormai appartenere al passato della tecnologia: se ne parla da lustri, ma stanno venendo progressivamente banditi dai nostri campi e dalle nostre tavole. L'autore arriva fino a collegare gli organismi transgenici all'Africa e ignora bellamente le conseguenze disastrose che essi hanno sui paesi poveri: quelle piante sterili (le aziende non fanno mai un prodotto in grado di replicarsi) obbligano i contadini locali ad indebitarsi ogni anno con le multinazionali che producono le sementi (non hanno i soldi per pagarle subito e offrono in garanzia i frutti), in una ripetizione che non potrà mai avere fine. I risultati sono la distruzione dell'agricoltura tradizionale e la crisi irreversibile della biodiversità (l'ecopragmatico ne ha mai sentito parlare?).
Il capolavoro, però, è l'inno "ambientalista" al nucleare, agiografia ormai troppe volte sentita. Abbiamo già visto come persone che fino a due anni fa negavano i cambiamenti climatici adesso ne siano divenute i più convinti profeti visto che il terrore dei tre gradi in più sembrerebbe un ottimo incentivo alla fabbricazione di reattori. Brand, invece, fa parte della schiera di coloro che, sentendo gli argomenti dei primi, è passato dal campo antinuclearista convinto a quello radicalmente opposto.
Ci dice che le radiazioni non fanno male (Chernobyl era più che altro un'isteria collettiva, a quanto pare) e che le scorie non sono un problema, poiché la soluzione esisterebbe già (vetrificare i rifiuti; ma questo serve solo ad evitare la polverizzazione, non c'entra nulla con la radioattività in sè), che i depositi di stoccaggio starebbero già venendo fatti in Francia, Svezia e Finlandia e che stivare tutto nelle miniere di salgemma ci libererebbe per sempre del problema. Peccato che in Germania la miniera di salgemma di Asse, auspicato deposito definitivo delle scorie, sta dovendo essere sgomberata in fretta e furia perché le infiltrazioni d'acqua stanno sommergendo i fusti e il sito rischia di crollare, mentre in Francia attualmente non esiste nessun deposito permanente di scorie radioattive e i fusti sono semplicemente ammassati in container lasciati in depositi a cielo aperto. Qui si può vedere un documento (di quasi due ore) andato in onda sul tema poco tempo fa sul tema.
Ma l'ecopragmatico non deve aver avuto notizia di tutto ciò e, mentre il Portogallo produce il 60% della propria energia da fonti pulite e nel mondo il numero delle centrali nucleari è stazionario a causa dei loro costi eccessivamente antieconomici (ho già citato lo studio del MIT), lui chiede ai governi di spendere dove nessun privato investirebbe per un'energia che appartiene ormai alla preistoria delle fonti. Molto pragmatico.

venerdì 17 settembre 2010

La Francia fa abbandonare ai francesi le terre da cui estrae l'uranio

Il governo francese ha provveduto all'evacuazione dei lavoratori francesi nella regione mineraria del Sahel, per via della minaccia di un gruppo terroristico locale.
Il Sahel è quella parte dell'Africa appena a sud del deserto del Sahara famosa per la propria miseria e per la colonizzazione francese. E' molto meno nota, però, come una delle riserve mondiali di Uranio più ricche in assoluto, da cui dipende buona parte dell'approvvigionamento di uranio per le centrali atomiche transalpine.
Questa regione, a cavallo tra Niger, Mali e Muritania, è però altamente instabile dal punto di vista politico e la sicurezza dei dipendenti dell'Areva, l'ente che si occupa dell'estrazione del metallo pesante, è sempre dipesa dal dispiegamento di imponenti apparati di polizia e paramilitari.
Quelli nominati, sono paesi retti da dittature sostenute più o meno apertamente dalla Francia e comunque "pacificati" da una rilevante presenza di soldati francesi. Ciò che conta per Parigi è che gli interessi delle proprie aziende siano sempre tutelati, quale che sia l'impatto sull'ambiente e sulle condizioni di vita della popolazione. Nel caso di specie, per esempio, le estrazioni di uranio hanno finito per produrre l'inquinamento del fiume Niger, unico corso d'acqua degno di nota in una terra semiarida.
Il deserto e le sue popolazioni nomadi, però, sono stati sempre un problema per questi stati di tipo europeo nati in una terra che di europeo non aveva e non ha proprio nulla. La presenza dei nomadi del deserto, in particolare, è stata un problema costante per la stabilità dei confini e per il controllo del territorio. Così i governi hanno cercato di sedentarizzare, a volte con la forza, etnie come i Tuareg che da secoli vivevano nel nomadismo, ma questo sforzo ha spesso provocato la reazione armata delle tribù non avvezze a rispondere ad autorità diverse da quelle tradizionali.
Così tra i malumori dei nomadi, il malcontento dei locali che vedevano la loro terra depredata dalle multinazionali e la predicazione islamista che faceva sempre più proseliti in una terra dove l'Islam era invece stato tradizionalmente tollerante, il Sahel è divenuto una polveriera pericolosissima anche e soprattuto per la nazione che aveva più contribuito a plasmarlo, la Francia, che, periodicamente, è costretta a mettersi in stato di allerta e ad evacuare i propri cittadini sempre più in pericolo.
Il businnes del nucleare, però, difficilmente si fermerà e la presenza francese in Niger, Mali e Mauritania è destinata a protrarsi, pure tra mille difficoltà. Se, però, si vuole sostenere che le regioni di estrazione dell'uranio sarebbero molto più stabili di quelle petrolifere, allora toccherà a molti nuclearisti di casa nostra fermarsi per una riflessione: col passare del tempo, è perfino prevedibile un peggioramento della situazione.



ERRATA CORRIGE (Quando ci vuole ci vuole)
Nel posto del 16 febbraio, erroneamente ho chiamato il presidente della Rai Galimberti. In realtà ho confuso le due liquide: il cognome corretto è Gerimberti.

martedì 7 settembre 2010

Profitto contro sicurezza. Il "ritorno" al nucleare tedesco

Appare sorprendente come gli stessi che fino a ieri definivano la tesi del surriscaldamento globale come una fantasia da ecologisti adesso siano divenuti i maggiori promoter del ritorno al nucleare italiano in quanto rimedio al surriscaldamento globale. Questa repentina conversione sulla via di Damasco farebbe quasi pensare che, incredibilmente, costoro siano talmente allettati dalla devastazione dell'ecosistema da farsi paladini di qualsiasi mossa dei governi adatta ad avere un terrificante impatto ambientale e sulla salute umana.
Un sedicente studio sugli effetti del nucleare condotto da Enel e Edf (ovvero i costruttori delle nuove centrali atomiche italiane) afferma che "bisogna contrastare la diffusione di disinformazione o di informazioni parziali che inevitabilmente causano il propagarsi di paure collettive, diffondendosi a grande velocità attraverso canali quali Internet". Per puro spirito d'opposizione, voglio quindi dare il mio contributo alla disinformazione antinucleare.

E' stato esaltante per i nuclearisti sapere che Angela Merkel vuole tornare al nucleare: finalmente i dogmi antiscientifici di Schröder vengono giù, le cassandre delle sinistre dovranno fare i conti con un'intera Europa che marcia al ritmo di reattori atomici, si ha la prova che costruire centrali a fissione è ancora una scelta saggia.
Ora, però, si è saputo anche in Italia in cosa consisterà la "rivoluzione" tedesca, che adesso sembra molto meno rivoluzione e molto più una politica al risparmio. La Germania, infatti, allungherà semplicemente la vita delle centrali già attive per legge, in attesa del passaggio dall'attuale sistema di produzione ad uno interamente fondato sulle energie rinnovabili.
Alle opposizioni tedesche questo discorso è sembrato troppo poco convincente, visto che il piano di riforma energetica ha sì istituito la già da molto tempo ventilata tassa a favore dello sviluppo delle rinnovabili, ma l'ha parzialmetne neutralizzata con un meccanismo di scarico per i contribuenti costretti a pagarla, così che i vantaggi per l'erario saranno inferiori alle aspettative. Inoltre l'opinione diffusa è che si tratti unicamente di un salvataggio delle lobby industriali, a cui sarà concesso di speculare ancora un poco sull'attuale assetto delle fonti di approvvigionamento e ritardare gli obiettivi di ricerca prefissati.
Anche se le opposizioni tedesche avessero torto e tutta la manovra della nuova imposta dovesse avere gli effetti benefici sperati all'inizio, ciò non salverebbe la riforma tedesca da un vulnus originario apparentemente piuttosto scontato: le macchine (come le centrali nucleari) non variano la propria efficienza per legge.
Già in Francia (ma anche in altri paesi) le crisi di bilancio hanno imposto di recente ai governi nuclearisti, per non abbandonare l'obsoleta e costosa tecnologia atomica, l'allungamento artificioso delle aspettative di vita delle centrali, ovvero si è imposto con provvedimenti giuridici che le strutture, progettate per rimanere attive per un certo periodo di tempo, dovranno rimanere in funzione per un periodo ulteriore, non previsto inizialmente.
Così facendo, il rischio di incidente è destinato ad aumentare esponenzialmente di anno in anno, non essendo la macchina più nel periodo di "garanzia", ma in compenso il gestore dell'impianto potrà godere di un extraprofitto nemmeno immaginato al momento dell'apertura. E ora anche la Germania si sta avviando su questa strada di risparmio sulla pelle dei cittadini.
Anche se quindi i vari nuclearisti nostrani ci rassicurano che le centrali nuove sono sicurissime e che non c'è alcun pericolo perché le tecnologie sono ben testate, chi può assicurarci che anche l'Italia, tra qualche decennio, non sceglierà di barattare la nostra sicurezza per il profitto di qualche industriale?

mercoledì 11 agosto 2010

Chicco Testa e il mago dei numeri

Chicco Testa, compreso che minacciare in diretta Mario Tozzi di spaccargli la faccia non è un argomento persuasivo in uno Stato non fascista, ha scritto un articolo su Il Riformista a proposito dell energia nucleare, pubblicando per la prima volta in vita sua qualche cifra a sostegno delle sue opinioni. Non si può che essere contenti di questa conversione improvvisa di Testa dal mondo delle chiacchiere al mondo dei numeri, ma, a causa del suo essere nuovo alle argomentazioni non sofistiche (o presuntamente non sofistiche), dobbiamo aiutarlo a crescere in qeust'arte correggendo il suo bello scritto.
I primi numeri che cita, intanto, sono corretti, ma non dimostrano ciò che lui vorrebbe che dimostrassero. Infatti è vero che la produzione di energia nucleare è cresciuta, ma non è sostanzialmente cresciuto, invece, il numero dei reattori esistenti, come dimostra questo documento dell'ufficio federale dell'energia svizzero (paese nuclearizzato). Documento che inoltre riferisce che l'AIEA prevede un incremento nei prossimi anni dell'uso di questa fonte in Oriente (paesi in via di sviluppo, PVS), ma un decremento nell'Europa Occidentale, il cosiddetto mondo ricco. L'Italia, ovviamente, si tira fuori dal contesto europeo per inserirsi in quello dei PVS, ma questo Testa non lo dice.
Poi Testa ammette: in effetti se in termini assoluti la quantità di energia è aumentata (perché i vecchi reattori meno potenti sono dismessi, mentre i nuovi fatto sono, ovviamente, più potenti), in termini relativi è in netto calo. Bravo Testa, hai scoperto quello che altri dicevano da anni! Il nuclearista, tuttavia, recupera specificando che comunque la maggior parte dell'energia prodotta per coprire l'incremento della domanda globale è di origine fossile, quindi inquinante, mentre l'incremento delle energie rinnovabili sarebbe trascurabile.
Si tratta di una statistica viziata da alcuni dati che Testa ignora o fa finta di ignorare. Gran parte dell'aumento della domanda di energia è legato alla crescita dei PVS, come la Cina e l'India, i quali non sono certo modelli di crescita industriale sostenibile ed ecocompatibile. Invece, spostandoci nel mondo occidentale, nei paesi che ci piace definire civili, nelle conversazioni da bar, allora troviamo il Portogallo che in cinque anni (2005-2010) ha portato la quota di elettricità prodotta con fonti rinnovabili dal 17% al 45%, cifra destinata a salire fino al 60% nel 2020. Ora sta a noi decidere se, come Chicco Testa, vogliamo seguire il modello di sviluppo cinese, oppure se vogliamo accodarci ai paesi europei su un'altra strada, magari più lodevole.
Poi si cita il famoso rapporto del MIT che ho riportato, affermando che il nucleare serve per combattere il riscaldamento globale. Scopriamo adesso che dobbiamo essere così terrorizzati dal riscaldamento globale da essere disposti a farci sommergere da scorie radioattive (il problema delle scorie Testa non lo cita: vade retro!) e dover sopportare fughe di materiale pericolosissimo periodicamente. Quando si parla di posizioni ragionate...
Infine si sdrammatizza: Chernobyl non è stato un incidente grave come si dice. E quindi ci si prodiga in una buffa contabilità che non considera un unico semplicissimo aspetto, ovvero che l'incidente avvenne nell'URSS, ovvero non un paese brillante quanto a trasparenza sui propri fatti interni. Ma Testa, pur di difendere il nucleare, sarebbe disposto perfino a citare la Pravda.
Alla fine conclude citando Obama e le sue centrali atomiche, richiamando questo spettro del riscaldamento globale. Obama, dunque, paga soldi pubblici alle imprese per fare centrali atomiche perché si devono abbattere le emissioni, visto che il nucleare è antieconomico e, se non lo si sostiene, allora nessuno lo fa. Ma Obama paga le centrali nucleari perché, ora come ora, la tecnologia leader nel campo delle fonti rinnovabili ce l'abbiamo noi europei (vedi il Progetto Archimede), noi italiani in testa, per una volta. Gli USA investono sulle proprie tecnologie e cercano di limitare le importazioni di brevetti stranieri. Perché noi non possiamo fare lo stesso col sole, i gas sotterranei e il vento?

giovedì 5 agosto 2010

Veronesi guiderà l'agenzia nucleare italiana. E il Pd se ne libererà

Veronesi, dopo le assai strane posizioni assunte riguardo agli inceneritori, si è arruolato nel partito nuclearista italiano e ne ha raccolto i frutti, dato che sarà a capo dell'agenzia nucleare nostrana, abbandonando (per la gioia degli elettori rimasti del Pd) il seggio da senatore democratico. L'illustre medico ci aveva assicurato che  i termovalorizzatori non causerebbero danni alla salute per via delle sostanze cancerogene prodotte, posizione che aveva sorpreso molti nella comnunità scientifica, dato che sembrava più fondata su premesse politiche che tecniche. Più scientifico, magari, sarebbe stato portare avanti la battaglia pro-inceneritori sostenendo che si tratta di una tecnologia in fase di forte sviluppo, che il rischio dei fumi, con le dovute precauzioni, può essere abbattuto; ma volete mettere gridare ai quattro venti che quei bei fumi neri non fanno male e che con essi ci si può fare senza problemi un bell'aerosol?

Adesso ci viene ad insegnare che il nucleare è bello e ci farà guadagnare un sacco di soldi. Peccato che dei nuclearisti più informati di lui, i professori dell'MIT di Boston (che non sono senatori e non hanno incarichi politici nell'ambientaccio politico italiano), abbiano pubblicato un documento in cui si analizzano costi e benefici di questa tecnologia che loro affermano voler promuovere. E, molto interessante da notare, a partire da pagina 37 (pagina 47 del pdf) l'analisi economica del problema è impietoso: il nucleare costa tanto e rende poco, leggere per credere.
Di seguito pubblico i link del vecchio blog dove si trova un riassunto in italiano del documento, per chi se la cava peggio con la lingua inglese. La fonte primaria, intanto, è sempre disponibile per il raffronto.
PARTE PRIMA
PARTE SECONDA