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venerdì 30 settembre 2011

Appello pidiellino per la fine della ricerca storica

Torno a scrivere per diffondere questo articolo pubblicato in un altro blog e che credo sia decisamente condivisibile. Oltre ad affrontare alcuni temi a me cari come il problema della medievistica italiana, i preconcetti sul Medioevo e il sempre più diffuso disprezzo per le discipline non tecnico-scientifiche, il pezzo mette in evidenza l'ennesimo caso dimostrante che un popolo bue non può che eleggere politici buoi i quali alimenteranno il circolo vizioso rendendo il popolo ancora più bue.
Dopo le ultime uscite della Gelmini, però, forse il senatore di cui si parla ha ragione a chiedere tagli alla medievistica: tutte le risorse vanno convogliate nel team di insegnanti di geografia che dovrà cercare di insegnare alla signora ministro che il Gran Sasso non fa parte delle Alpi o, in alternativa, che Ginevra non è in provincia di Teramo...


Un senatore del PdL e il Medioevo

Fuori dallo studio di un professore di storia di Ca’ Foscari (università di Venezia) c’era appeso questo. Purtroppo, non so la data di quando questo discorso sarebbe stato pronunciato/pubblicato. E’ stato esposto dal professore immagino per far conoscere alle persone chi è che ci governa.




La Storia Medievale secondo un senatore del PDL


Dibattito Parlamentare


RAMPONI (pdl) Non riesco a comprendere, innanzitutto, che cosa ancora ci sia da ricercare sul Medioevo. Per dirla francamente, vi sono centinaia di migliaia di studi, pubblicazioni e libri che da trecento anni riempiono le biblioteche e che godono di una discreta consultazione. L’importanza di conoscere la propria storia si esplica nello studiare la storia, non continuando per centinaia di anni a fare ricerca.

In secondo luogo, l’Italia dedica certamente poche risorse alla ricerca, ma quelle poche necessitano di un discernimento nella scelta. Ebbene, a me non sembra che sia così necessario studiare il Medioevo e varare addirittura una legge per sostenere quattro istituti che fanno ricerca su tale periodo, ricerca che, tra l’altro, viene svolta anche da tanti altri enti a livello universitario.


Voi parlate di turismo e di prestigio della nostra storia, ma se c’è un periodo durante il quale la nostra storia ha ben poco prestigio è proprio il Medioevo. Quindi, potremmo anche concentrarci a diffondere valori della nostra cultura là dove sono veramente grandi.




“Non riesco a comprendere, innanzitutto, che cosa ancora ci sia da ricercare sul Medioevo. Per dirla francamente, vi sono centinaia di migliaia di studi, pubblicazioni e libri che da trecento anni riempiono le biblioteche e che godono di una discreta consultazione”.
E’ indubbiamente vero che vi sono moltissimi studi e pubblicazioni sul Medioevo, ma forse al sommo senatore sfugge un minuscolo particolare: in qualunque ambito si continua a studiare, a fare ricerca, a progredire, e non si rimane fermi sulle posizioni di un secolo prima (o addirittura di un anno prima). Altrimenti, perché non rimanere all’efficace medicina del ‘600? In base a nuove scoperte, si possono fare nuove considerazioni, nuove ipotesi, comprendere punti precedentemente oscuri, rimettere in discussione precedenti teorie e porsi nuove domande. E questo, però, non solo grazie a nuove fonti scoperte, ma semplicemente grazie al fatto che ogni persona è diversa dalle altre, che le generazioni si trovano in climi culturali diversi, e dunque si pongono domande diverse. Infatti, alla storia vengono poste domande che servono per l’oggi. “La storia è sempre storia contemporanea” sostiene Croce. Nuove domande portano nuove risposte, e le nuove risposte inevitabilmente generano altri dubbi. Un documento può essere esaminato per ricevere risposte, diverse, a diversissime domande. La ricerca non è mai finita, così come in qualunque altra disciplina degna di questo nome. Perché non abbiamo più il sistema tolemaico? Perché qualcuno ha fatto ricerca. Perché non ci siamo fermati alle scoperte di Galileo e Newton? Perché la ricerca è continuata, e continua ancora, nonostante l’enorme mole di studi e libri pubblicati.
Probabilmente, però, il dotto senatore ce l’ha su col Medioevo perché la ricerca in tale ambito non procura una ricchezza immediata e i benefici che può dare sono troppo difficili da applicare, e forse non sono così voluti dalla classe politica.

“L’importanza di conoscere la propria storia si esplica nello studiare la storia, non continuando per centinaia di anni a fare ricerca”.
Ma certo! Come abbiamo potuto essere così idioti? Livio e Tacito hanno già scritto della storia di Roma antica, quindi perché tanti altri stupidi, nel corso dei secoli, hanno sprecato il loro tempo a studiarla e a fare ricerca? C’erano già Livio e Tacito, avevano già fatto ricerca loro e già ci avevano presentato la storia di Roma! Perché investigare ancora? Detta in altri termini: perché voi, massa popolare, dovreste far ricerca e scoprire qualcosa di nuovo, farvi un’idea ed eleborare teorie o perlomeno vostri convincimenti? Voi studiate la storia che vi diamo noi, e basta!
Mussolini non avrebbe potuto essere più d’accordo.


“In secondo luogo, l’Italia dedica certamente poche risorse alla ricerca, ma quelle poche necessitano di un discernimento nella scelta. Ebbene, a me non sembra che sia così necessario studiare il Medioevo e varare addirittura una legge per sostenere quattro istituti che fanno ricerca su tale periodo, ricerca che, tra l’altro, viene svolta anche da tanti altri enti a livello universitario”.
Un’altra persona potrebbe rispondere che a lei non sembra così necessario investire nel campo bellico, dato che l’Italia teoricamente ripudia la guerra come strumento per risolvere le dispute e che, sempre in teoria, non siamo in guerra, ma impegnati in missioni di pace.
Non so quali siano i quattro istituti menzionati, ma so che le università hanno ben pochi finanziamenti per la ricerca e che molti corsi, sia di storia sia d’altro, vengono aboliti per mancanza di soldi. Dunque, chi è che dovrebbe farla questa ricerca?

“Voi parlate di turismo e di prestigio della nostra storia, ma se c’è un periodo durante il quale la nostra storia ha ben poco prestigio è proprio il Medioevo. Quindi, potremmo anche concentrarci a diffondere valori della nostra cultura là dove sono veramente grandi”.
Suppongo che l’illuminato senatore del PdL non abbia mai sentito parlare dei Longobardi (o che gli siano sfuggiti molti scritti che mostrano come il periodo longobardo non fu affatto di decandenza), del periodo dei Comuni, di Venezia, di Dante, Petrarca e Boccaccio, tanto per rimanere su cose note ai più. Forse il sapiente senatore è rimasto all’idea Quattro-Cinquecentesca di Medioevo, il Medioevo come età di oscurantismo e decandenza. Ma, in effetti, dato che il saggio senatore è contrario alla ricerca, è logico che sia rimasto indietro di 600 anni.
Sarebbe interessante sapere quali sono i periodi storici, secondo il senatore filosofo, che hanno dato veramente prestigio alla nostra storia. Contando che da circa metà ‘500 l’Italia è stata dominata da potenze straniere fino a quando il Duca di Savoia si è ritrovato per caso re di Italia, e contando che, a quanto pare, secondo lui, il Medioevo non ha dato prestigio all’Italia, le soluzioni sono due: un’epoca di prestigio per l’Italia è o prima del Medioevo o dopo la dominazione straniera, quindi nell’800, grosso modo (contando che le prime spinte di indipendenza si ritrovano anche nella prima metà del secolo). La storia romana non può certo aver dato prestigio all’Italia per il semplice fatto che definire i romani italiani è piuttosto dura. Inoltre, per quanto alla Lega possa dispiacere, per lungo tempo l’Italia vera era quella sotto al Po, mentre a nord c’erano popoli considerati barbari, come i Galli. Ma forse alla Lega non dispiace: in fondo, pare che siano convinti di discendere dai Celti e, cosa veramente assurda, di conoscere le usanze celtiche. Inoltre, la cultura romana era troppo impregnata di Grecia perché il prestigio possa andare alla sola Italia, senza contare che la parte Occidentale dell’Impero decadde negli ultimi secoli di quella che viene considerata storia romana, sostituita, come importanza, da Bisanzio.
Dunque, la parte di storia che dà prestigio all’Italia deve essere quella dell’Ottocento e del Novecento. Nell’Ottocento  uno statarello ha creato, quasi senza volerlo, uno Stato ed è poi stato incapace di dirigerlo, salvo qualche parentesi qua e là. Nel Novecento, però, l’Italia ha l’Impero! E’ questo che dovrebbe darci prestigio? L’avere due scatoloni di sabbia, conquistati, fra l’altro, a prezzo di moltissime vite e ricorrendo, infine, ai gas, il cui utilizzo era teoricamente proibito? E che dire poi della partecipazione dell’Italia alle leggi razziali (che non sono un’invenzione, né un’imposizione, della Germania, smettiamola di prenderci in giro)? E poi c’è la fuga del re e lo sfascio dell’esercito e dello Stato italiano. Sono questi a darci prestigio?
Forse allora la seconda metà del secolo Novecento. Però, direi che nemmeno in questo arco di tempo c’è molto che possa dar prestigio all’Italia.
Non è che, forse, non bisogna cercare l’epoca storica che dà prestigio al singolo Paese, ma studiarle tutte? Fare ricerca su tutte? I valori della cultura italiana, ed europea, affondano nella storia greca, romana e celtico-germanica, e nel cristianesimo che le amalgamò e arricchì. I valori di una cultura non nascono in un anno, o anche 10 secoli, ma hanno una storia millenaria. Bisogna conoscerla, studiarla e investigarla tutta, se si vogliono davvero comprendere i valori e la propria cultura, cosa che al giorno d’oggi viene fatta ben poco.

Qui si parla di un singolo senatore, ma naturalmente, e purtroppo, egli non è che un’espressione di un sentire più comune e diffuso, pertanto quanto scritto si riferisce a tutti costoro e non a un singolo.
 Fonte: http://poetitenebrosi.blogspot.com/2011/09/un-senatore-del-pdl-e-il-medioevo.html

venerdì 29 luglio 2011

Lo sconto sull'abbonamento del bus per un impiegato è un orribile privilegio?

Il Fatto Quotidiano locale dell'Emilia Romagna scopre degli inquietanti privilegi nei palazzi del potere della regione e della provincia e del comune di Bologna. Lo scandalo starebbe nel fatto che questi tre enti abbiano inserito nella contrattazione collettiva con i propri dipendenti la possibilità di usufruire di una convenzione, stipulata con l'azienda bolognese dei trasporti pubblici, che permette di avere a prezzo agevolatissimo l'abbonamento annuale per gli autobus.
Forse il cronista ignora che è pratica diffusa tra i datori di lavoro quella di accordarsi con imprese erogatrici di servizi per garantire ai propri dipendenti l'accesso alle prestazioni a costo vantaggioso: mense aziendali, buoni pasto, servizi navetta, tariffe telefoniche speciali e abbonamenti ferroviari sono solo alcuni dei benefit che sono comunemente concessi. Talvolta, invece, ai lavoratori sono concessi prodotti e servizi aziendali a integrazione della retribuzione (pensiamo alle corse gratuite per i ferrovieri) o benefici finanziari (partecipazioni agli utili o azioni).
Gli enti locali dell'articolo hanno deciso di inserire la suddetta clausola contrattuale a vantaggio dei dipendenti e ciò basta a far gridare al giornalista che siamo davanti ad un orribile privilegio, giusto perché, in ossequio a una legge dello Stato, si è fornito un abbonamento per gli autobus a un dirigente pubblico invece che concedergli un aumento salariale (che sarebbe quasi naturale se alla prossima contrattazione si decidesse di togliere questa agevolazione) perché si compri un SUV con cui andare in ufficio...
Un abbonamento è un giro d'affari di 300 euro all'anno (non al mese) e in realtà la perdita per la municipalizzata è (per quanto riguarda la provincia) di 90 euro (sempre all'anno), a fronte di una fonte sicura di entrate e di centinaia di clienti fissi garantiti: è chiaro che se si forniscono migliaia di abbonati uno sconto del 30% può anche sembrare vantaggioso all'esercente.
Se più imprese facessero accordi di questo tipo con le aziende di trasporto pubblico, da un lato elimineremmo molte auto dalle strade, dall'altro garantiremmo alle municipalizzate una fonte sicura di entrate che metterebbe al riparo i loro piuttosto dissestati bilanci. L'acquisto in stock conviene sia al venditore che al compratore.
Più che improprio è il paragone tra questi accordi e le agevolazioni concesse a studenti e pensionati, perché un conto è ciò che l'amministrazione concede come prestazione al cittadino, un conto è la sua azione come soggetto di diritto privato nel rapporto di lavoro. In questa seconda sfera si può opinare l'ammontare totale delle risorse spese (se eccessivo, può essere uno spreco di denaro pubblico), ma non il modo in cui tali risorse vengono impiegate (non si può sindacare il fatto che il lavoratore abbia diritto a buoni pasto piuttosto che ad un bonus in busta paga equivalente).
Si obietta, poi, che gli sconti avverrebbero senza badare al reddito del dipendente. Così si cade nello stesso errore su indicato: non siamo davanti ad una prestazione fornita ai cittadini, ma ad una clausola contrattuale. A tutti i lavoratori è offerta un'opportunità sulla base di una convenzione di diritto privato, indipendentemente dalle condizioni personali e dall'effettivo bisogno (mettiamo il caso del dipendente che abita davanti al proprio ufficio). Il diverso contratto dei dirigenti, non a caso, ha previsto condizioni diverse (nello spedifico più onerose, ma potevano anche, legittimamente, essere migliori) e, nel caso della Provincia, non ha proprio concesso il benefit.
Ma dato che si doveva montare il caso per fare lo scoop, si è deciso di ignorare tutto questo e di sparare una denuncia priva di senso.

lunedì 4 luglio 2011

I difensori dell'anarchia della rete

Libertà è una delle parole magiche del nostro tempo. Le peggiori disuguaglianze sociali e globali sono giustificate in nome della libertà, i tentativi di limitazione dell'attività inquirente sono motivati con la tutela della libertà del cittadino, una coalizione (poi diventata partito) ha scelto come nome la parola libertà...
L'ambiente ideale per la retorica della libertà è stato trovato nella rete, quello strano mondo parallelo in cui, protetti dall'anonimato, tutti pensano di poter fare ciò che vogliono, i freni inibitori si allentano e diventano spontanei e naturali atti che nel mondo reale (ma ha senso questa distinzione?) non avrebbero cittadinanza. Una realtà anarchica in cui molto è gratis, popolare è sinonimo di buono, il vero è ciò che si dice e quello che conta è vendersi bene, perché il successo può anche trasformarsi in molto denaro.
Ogni tentativo di fissare dei limiti è denunciato dagli internauti come un'introduzione della censura. La libertà della rete è considerata così tanto un bene in sè che nessuno si sorprende o si indigna se in un paese civile come la Svezia un partito politico mette al centro del proprio programma la tutela della pirateria informatica, ovvero la garanzia che sul PC tutto sia permesso e nulla possa essere vietato, per quanto appaia immorale e contrastante coi più basilari principii di diritto.
Tra un paio di giorni l'Autorità Garante per le Comunicazioni voterà una deliberà il cui contenuto autorizzerà la chiusura coatta dei siti internet in cui si registreranno violazioni del diritto d'autore. Già è stato lanciato l'allarme su tutta la rete: è un cavallo di Troia per cercare di imbavagliare le voci libere! Dunque il problema non è che si commettano illeciti sulle pagine web, ma che qualcuno cerchi di porre un freno a queste infrazioni con l'unico strumento possibile, ovvero l'ammonizione e, dopo un contraddittorio, l'eventuale oscuramento.
Si può obiettare che una proposta del genere violerebbe gravemente la riserva di giurisdizione prevista dall'articolo 21 della Costituzione:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria
Il blocco del sito, dunque, potrebbe essere autorizzato solo dal giudice e un'autorità amministrativa indipendente, pur garantendo il contraddittorio, non potrebbe vedersi attribuita tale facoltà.
A leggere meglio l'articolo, però, ci si accorge subito che questa tutela è limitata unicamente alla stampa: un sito (come questo che leggete) che contiene un desclaimer che nega la natura giornalistica delle pubblicazioni non dovrebbe essere così tutelato.
Un secondo allarme giunge dall'Europa: l'Unione sta per approvare una direttiva che permetterà una chiusura più rapida dei siti contenenti materiale che si presume pedopornografico. Qualunque persona di buon senso - si immagina - concorderà sul dovere di tutela dei minori e sulla necessità di combattere contro la pornografia infantile. Ma così non è e in Germania si raccolgono firme per bloccare il progetto perché si teme una restrizione della mitica libertà della rete.
Se la direttiva riguardasse le pubblicazioni cartacee, probabilmente il dibattito interesserebbe solo i giuristi e gli operatori del settore, ma dato che si parla di internet, allora il coinvolgimento è più sentito: tra la tutela dei minori e l'anarchia della rete moltissime persone ritengono più importante la seconda, così che ora il Parlamento Europeo sarà chiamato a riesaminare la questione.

Che la rete sia un fondamentale presidio della libertà d'espressione è vero, perché è su di essa che tutte le posizioni minoritarie riescono a trovare la propria unica vetrina. Parliamo di complottisti, sessisti, neopagani, atei anticattolici estremisti, fondamentalisti islamici, omofobi, antisemiti, neonazisti, negazionisti, islamofobi esagitati, provocatori, fanatici religiosi di varia natura, settaroli e spiritualisti allucinati: una galassia di voci escluse dal dibattito pubblico, spesso e volentieri sgradevoli se non disgustose. La libertà da tutelare, dunque, è la loro, non quella di pirati informatici e maniaci sessuali.

venerdì 17 giugno 2011

Referendum sul Porcellum, rilievi critici

L'incredibile vittoria referendaria ha spinto a lanciare una nuova iniziativa per una consultazione d'abrogazione (modificativa) del Porcellum, l'immonda legge elettorale italiana. Molte sono le firme celebri che hanno dato il proprio sostegno al comitato promotore e le proposte di quesito sono disponibili in rete.
I due aspetti critici del Porcellum sono l'assenza di preferenze e il diabolico sistema che attribuisce il premio di maggioranza al Senato su base elettorale: ben venga, dunque, un cambiamento radicale.
Stringendo il campo solo sui due quesiti di modificazione della legge elettorale della Camera, il DPR 361 del 1957 con successive modifiche, emergono invece alcuni aspetti di criticità che smorzano l'entusiasmo.
Il primo quesito, prima di tutto, non fa che eliminare la possibilità di creare coalizioni elettorali e togliere il premio di maggioranza. Crea dunque un sistema proporzionale puro con sbarramento al 4%, che può piacere o non piacere, ma che comunque non incide sugli aspetti indecenti dell'attuale legge elettorale.
Più interessante è il secondo quesito che, secondo i promotori, permetterebbe di reintrodurre la possibilità per l'elettore di esprimere preferenze. Ma vediamo in dettaglio come lo vorrebbe fare.
Il quesito propone di abrogare queste parti delle disposizioni di legge:
Art. 18 bis comma 3 limitatamente alle parole "presentati secondo un determinato ordine"
Art. 19 comma 1 limitatamente alle parole "nella stessa"
Art. 58 comma 2 limitatamente alle parole "tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, nel rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta. Sono vietati altri segni o indicazioni"
Art. 84 comma 1 limitatamente alle parole "secondo l'ordine di presentazione"
Art. 85
Art. 86 comma 1 limitatamente alle parole "nella lista" Art. 86 comma 1 limitatamente alle parole "nell'ordine progressivo di lista"
Ecco, quindi, i risultati. Tra parentesi quadre le parti abrogate
Art. 18 comma tre
Ogni lista, all'atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati,[presentati secondo un determinato ordine]. La lista è formata complessivamente da un numero di candidati non inferiore a un terzo e non superiore ai seggi assegnati alla circoscrizione
Dunque le liste saranno semplicemente elenchi di candidati, senza un ordine preciso.
Art. 19
Nessun candidato può essere incluso in liste con diversi contrassegni [nella stessa] o in altra circoscrizione, pena la nullità dell'elezione. A pena di nullità dell'elezione, nessun candidato può accettare la candidatura contestuale alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica
Sfruttando la ridondanza del testo, si impedisce quindi a un candidato di candidarsi sia in più liste che in più circoscrizioni. Può essere condivisibile, ma non c'entra con le preferenze.
Art. 58 comma 2

L'elettore, senza che sia avvicinato da alcuno, esprime il voto [tracciando, con la matita, sulla scheda un solo segno, comunque apposto, sul rettangolo contenente il contrassegno della lista prescelta. Sono vietati altri segni o indicazioni]. L'elettore deve poi piegare la scheda secondo le linee in essa tracciate e chiuderla inumidendone la parte gommata. Di queste operazioni il presidente gli dà preventive istruzioni, astenendosi da ogni esemplificazione e indicando in ogni caso le modalità e il numero dei voti di preferenza che l'elettore ha facoltà di esprimere
Dunque l'elettore esprime il voto in isolamento, si presume su una scheda, ma non si sa esattamente nè come lo farà nè quando la scheda sarà considerata nulla, visto che viene abrogata la parte della legge che indica quando i voti sono da considerare invalidi: si potrà accompagnare la crocetta sul simbolo di lista con lettere d'amore, una serie di no accanto ai simboli delle liste che non si vogliono votare, decorazioni grafiche, dichiarazioni estemporanee ispirate al buio della cabina, barzellette sui carabinieri, fantasie erotiche e tanto altro ancora, perché tanto le schede non saranno annullabili in questi casi!
Purtroppo l'unica cosa che non si potrà fare sarà proprio esprimere preferenze.
Art. 84 comma 1
Il presidente dell'Ufficio centrale circoscrizionale, ricevute da parte dell'Ufficiocentrale nazionale le comunicazioni di cui all'articolo 83, comma 6, proclama eletti, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, i candidati compresi nella lista medesima, [secondo l'ordine di presentazione].
Tradotto, verranno proclamati eletti i candidati compresi nella medesima lista, ma non si comprende esattamente in che ordine: è il presidente dell'ufficio a scegliere chi sì e chi no a seconda delle proprie preferenze? Oppure si tirano a sorte i nomi?
Art. 85
[Il deputato eletto in più circoscrizioni deve dichiarare alla Presidenza dellaCamera dei deputati, entro otto giorni dalla data dell'ultima proclamazione, quale circoscrizione prescelga. Mancando l'opzione, si procede al sorteggio]
Chiaramente se non ci si potrà più candidare in più circoscrizioni questo articolo diventa inutile.
Art. 86 comma 1
Il seggio che rimanga vacante per qualsiasi causa, anche sopravvenuta, èattribuito, nell'àmbito della medesima circoscrizione, al candidato che [nella lista] segue immediatamente l'ultimo degli eletti [nell'ordine progressivo di lista].
Così modificato, l'articolo andrebbe benissimo se fossero possibili preferenze. Purtroppo, senza la possibilità di esprimere preferenze, non è possibile stabilire chi sia il candidato che segue l'ultimo degli eletti.

In sintesi, il secondo quesito è perfettamente inutile e non servirà ad ammazzare il Porcellum. E' possibile anche pensare che non sarà accettato perché creerebbe nel sistema delle lacune tali da impedire una corretta consultazione elettorale.

venerdì 15 aprile 2011

Il caso della diffamazione di Barbara Albertoni

In un liceo linguistico milanese lavora un'insegnante di storia e filosofia, tale Barbara Albertoni, che si è ritrovata protagonista delle cronache nazionali perché colpevole di tenere un blog in cui scrive ciò che pensa. Blog - leggo su Repubblica, il quotidiano che ha sollevato il caso - pieno di attacchi ripetuti ad ebrei e ad Israele, vignette, foto della bandiera israeliana con la svastica e in cui Franco Frattini viene definito «servo» di Israele. Uno scandalo, secondo il cronista Marco Pasqua, magari ignaro di scrivere su un quotidiano, La Repubblica, mai stato tenero nei confronti del governo di cui fa parte il povero Frattini...
Inoltre, si continua, nel blog sarebbero presenti articoli dedicati alla difesa incondizionata dei negazionisti più noti. Da Faurisson ad Irving, fino al ricercatore della Sapienza, Antonio Caracciolo, che sul web diffondeva tesi negazioniste. E subito ci si prodiga in estratti (si presume salienti) da questi terribili articoli negazionisti:
Per quanto riguarda la trattazione scientifica dell’Olocausto, gente come Faurisson ha preso le botte e ha fatto la galera. La scienza richiederebbe una ricostruzione scientifica delle argomentazioni contro, non le botte e la galera
[Faurisson è] perseguitato da oltre 25 anni da leggi che negano il diritto alla ricerca ed alla libertà d’espressione.
Prima che ci si metta a ridere per il furore antisemita, gli estratti non sono riuscito a trovali in nessun articolo, ma in un commento di risposta ad una discussione, scritto poi nel lontano dicembre del 2009: Repubblica dà le notizie a scoppio ritardato?
Ma è proprio quello riassunto dal sempre meno credibile giornalista il pensiero dell'insegnante? Per correttezza, leggiamo insieme il seguito dell'intervento della Albertoni:
Per quanto riguarda la trattazione scientifica dell’olocausto, è vero che gente come Faurisson ha preso le botte e ha fatto la galera. La scienza richiederebbe una ricorstruzione scientifica delle argomentazioni “contro”, non le botte e la galera. Non, almeno, in una società democratica, quindi Caracciolo quando parla di “verità ufficiali non soggette a verifica storica e contraddittorio” dice cosa vera.
Sulle camere a gas è vero, esprime il dubbio. Che è diventato razzista e criminale esprimere dei dubbi?
Che altro dice? che l’olocausto è un mito “”per colpevolizzare moralmente i popoli vinti” . Ha ragione. Lo dice anche Pappe. Lo dice Finkelstein e anche l’articolo di Ash che ti ho postato. Che dice di cosi scandaloso da essere bollato da lebbroso?
Per finire sul negazionismo: anche a me darebbe fastidio che qualcuno negasse El Alamein. Capisco anche chi ha visto le vignette di Ramone e pensa che sarebbe opportuno spaccrgli la faccia, ma non è il caso di Caracciolo e in ogni caso non butterei in galera una persona per le sue opinioni e non metterei neppure in discussione il suo operato di professore per una opinione non perfettamente allineata.
Almeno, volendo essere democratici.
Inoltre, scendendo poco più sotto, si può trovare una precisazione che magari al cronista è sfuggita:
Qui si vuole accendere un rogo per un professore che si occupa di tutt’altro nella sua attività accademica per 4 frasi prese dal suo blog privato, scritto oltretutto nel quadro di una polemica dai toni durissimi con informazionecorretta. C’è poco da discutere: il caso Caracciolo è una “caccia alle streghe” che spero si stoppi perchè altrimenti significa che la democrazia in Italia è solo un ricordo lontano.
Fermo restando la condivisione mia sugli orrori del nazismo che nessuno ha mai contestato da queste parti.
Riassumiamo. Barbara Albertoni non ha espresso tesi negazioniste, ma da un lato ha osato affermare che in democrazia debba esistere la libertà in astratto di esprimerle e, dall'alto, ha proposto di discutere queste idee nel merito come si fa solitamente in storiografia. Basta poi una rapida occhiata al blog per comprendere che non si è proprio nell'antro di un'affiliata ad un movimento neonazista o razzista, ma, al contrario, nel semplice blog di un'antimperialista filopalestinese.
Basta quindi qualche vignetta contro Israele per attivare la macchina nazionale della diffamazione, in attesa che Fiamma Nierenstein colga la palla al balzo per mettere in atto il suo progetto di censura sulla rete? E come mai a mettere in moto il fango, questa volta, non è Libero, ma un quotidiano come Repubblica che non è mai stato definibile come filoisraeliano?
Ma i problemi per la docente non sono finiti, perché Repubblica riporta trionfalmente che a Roma ci si è subito attivati per mandare gli ispettori alla sua scuola. Lo stile dell'articolo è il più becero: si getta in pasto alla pubblica attenzione la foto di una privata cittadina e si circonda la difesa dell'accusata (presente nel titolo, ma ridotta furbescamente ad un delirante: "tutta colpa della lobby sionista") con la notizia del provvedimento e le richieste avanzate da parte di tutte le forze politiche alla Gelmini di adottare misure disciplinari ai danni della professoressa. Come se avessero qualcosa a che fare le opinioni private espresse da una persona con la sua attività lavorativa.
La blogger, quindi, si è ritrovata schiacciata in un meccanismo infernale che sta finendo per stritolarla. Internet, apparentemente, le ha dato voce come ha dato voce a tutti, ma poi sono i soliti canali (e chi li controlla) a dare le notizie e così a disegnare la realtà come viene da tutti percepita: un piccolo blog non è assolutamente in grado nè di pretendere rettifiche dagli organi d'informazione, nè di far sentire a tutti la propria voce. Così la notizia falsa si diffonde e lo fa meglio se, preventivamente, si è riusciti a far passare la persona incriminata come complottista o delirante antiscientifica, come nel caso Albertoni.
Rete, dunque, torna ad essere sinonimo di trappola: trappola per chi scrive, perché rischia lo sputtanamento, e trappola per chi naviga, perché, inconsciamente, finisce per formarsi idee errate seguendo complicati passaparola di cui non conosce mai la fonte. A tutto vantaggio, oggi, di chi vuole la censura su internet, troppo anarchica, e di chi propone la censura sulla scuola pubblica, accusata di essere di sinistra.
E' emergenza democratica, a tutti gli effetti: è inutile la libertà d'espressione se poi viene punito con le calunnie chiunque ne voglia usufruire. Si troveranno abbastanza voci disposte a levarsi per questa piccola, ma grande causa?

giovedì 14 aprile 2011

Il mondo perfetto?

Questo articolo fa pensare molto. Non lo segnalo perché lo rigetti, nè perché lo condivida, ma semplicemente perché a volte è bene leggere opinioni un po' paradossali per farsi un'idea e ridiscutere delle proprie certezze.

lunedì 24 gennaio 2011

La difesa del Cainano: una legge retroattiva anti-magistrati

Il caso Ruby & altre escort è scoppiato ed ha messo in grave crisi Cesare, che ora rischia di essere scaricato perfino dal Vaticano e, soprattutto, teme seriamente di seguire in carcere il suo ex amico di coalizione Cuffaro. Contro l'uragano sono già state mobilitate tutte le divisioni berlusconiane, con televisioni e giornali di famiglia lanciati all'arma bianca contro la magistratura, programmi televisivi che ospitano versioni alternative dei fatti, il Ministero della Giustizia attivato per la repressione dei magistrati ficcanaso e, non ultimi, Ghedini e gli altri consiglieri legali in campo per produrre l'ennesima legge ad personam salvacapo.
La controffensiva, però, è cominciata molte settimane fa. Il 28 ottobre scorso, infatti, in Parlamento era stato depositato un progetto di legge di riforma del Codice di Procedura Penale che, se approvato, diverrebbe lo scudo ideale per tutelare il Premier in casi come questo. Si tratta dell'introduzione di un nuovo articolo, il 315-bis, che intanto vieterebbe ai giudici di concedere intercettazioni telefoniche ai danni di bersagli fuori dal proprioterritorio di competenza e poi, per disincentivare ulteriormente questo strumento di indagine, renderebbe i pm passibili di sanzioni disciplinari e civili (fino a 100 000 euro) in caso di trasgressione. Ultima perla, la norma avrebbe anche efficacia retroattiva di cinque anni.
Chiaramente una legge come questa avrebbe effetti devastanti sull'intera macchina giudiziaria e l'impunità di Berlusconi porterebbe con sè l'ennesimo regalo alla criminalità, soprattutto quella organizzata. Passerà anche questa porcata o il fatto che l'Agenzia Dire abbia scoperto il gioco ce la risparmierà?

L'articolo dell'Agenzia Dire (www.dire.it).


Una leggina nelle mani del premier, ecco come "vanno puniti" i pm che intercettano
Il progetto di legge del Pdl, intercettato dall'Agenzia Dire, è stato depositato alla camera il 28 ottobre scorso, esattamente due giorni dopo l'esplodere del caso Ruby
 
ROMA - Ecco come il Pdl 'punira'' i pm che intercettano. Silvio Berlusconi lo aveva detto mercoledi' scorso nel video-messaggio ai promotori delle Liberta' a seguito dell'inchiesta sul caso Ruby: certi pm "vanno puniti". E il riferimento, non detto, era anche al trattamento riservato dai magistrati di Milano (Boccassini, Forno e Sangermano) alle ragazze invitate alle sue feste di Arcore e finite nel 'tritacarne' mediatico per la pubblicazione delle intercettazioni.
La carta da giocare, per via legislativa, il Pdl l'ha gia' trovata ed e' nei 'cassetti' di Montecitorio. E' stata depositata alla Camera il 28 ottobre scorso, esattamente due giorni dopo l'esplodere del caso quando si seppe che il premier aveva telefonato alla Questura di Milano per far affidare l'allora minorenne marocchina al consigliere regionale della Lombardia, Nicole Minetti.
Si tratta di un progetto di legge a prima firma del deputato Pdl, Luigi Vitali, e sottoscritta da altri 29 parlamentari suoi colleghi, tra cui Cirielli, Cassinelli, Lehner, che reca il titotolo "Introduzione dell'articolo 315-bis del codice di procedura penale, concernente la riparazione per ingiusta intercettazione di comunicazioni telefoniche o di conversazioni". La proposta e' stata consegnata direttamente nelle mani di Berlusconi -che ora la sta valutando- il giorno della riunione con i deputati-avvocati del Pdl. "L'ho consegnata io al presidente- spiega Vitali- e mi ha detto che la esaminera' con attenzione. La prossima settimana la presentero' in conferenza stampa e chiedero' di esaminarla subito in commissione Giustizia".
A leggere i 5 articoli, il progetto di legge sembra proprio pensato, anche se Vitali glissa, per il caso Ruby. E, se venisse approvato dal parlamento, metterebbe un serio freno all'uso delle intercettazioni da parte dei magistrati, che potrebbero incorrere in pesanti sanzioni. I punti principali della proposta sono i seguenti: i pm e i gip non competenti territorialmente e funzionalmente non potranno piu' autorizzare intercettazioni, pena provvedimenti disciplinari stabiliti dal ministro della Giustizia. In caso di assoluzione in un processo, l'imputato, ma anche tutti i testimoni finiti nelle intercettazioni 'spiattellate' sui giornali, avranno diritto a un risarcimento di 100 mila euro, che sara' sborsato di tasca propria dai pm dopo sentenza "di responsabilita' contabile" della Corte dei conti.
LA CHICCA RETROATTIVITÀ - Ma la vera 'chicca' e' la norma transitoria che rende la legge retroattiva: avranno diritto al risarcimento anche coloro che sono stati coinvolti in indagini risalenti a 5 anni prima della sua entrata in vigore. La proposta di legge del Pdl che mette 'paletti' all'uso delle intercettazioni prevedendo un risarcimento per quelle "ingiuste", e 'punizioni' per magistrati che le hanno disposte, e' stata assegnata alla commissione Giustizia della Camera il 13 dicembre scorso e attende di essere calendarizzata. Il Pdl, a quanto si apprende, dovrebbe chiedere, in un prossimo ufficio di presidenza che venga messo all'ordine del giorno.
La proposta (all'articolo 1) introduce l'articolo 315-bis al Codice di procedura penale prevedendo "la riparazione per ingiusta intercettazione di comunicazioni telefoniche o di conversazioni". Potra' chiederla chi e' stato assolto con sentenza irrevocabile "perche' il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto o perche' il fatto non costituisce reato da un'imputazione formulata nell'ambito di un procedimento penale nel quale e' stato destinatario di intercettazioni di comunicazioni telefoniche o di conversazioni". Chi verra' prosciolto da ogni accusa, insomma, "avra' diritto a un'equa riparazione per l'intercettazione ingiustamente subita".
Ma c'e' anche un comma che sembra ritagliato apposta per le ragazze di Milano 2 in via Olgettina, quelle finite nelle intercettazioni dei pm della procura di Milano che raccontano delle feste nelle case di Berlusconi. Il risarcimento, infatti, spettera' anche a coloro che, estranei alle indagini o la cui posizione verra' archiviata, avranno visto le loro conversazioni pubblicate sui giornali. Nel testo si parla di "coloro nei cui confronti sia stato pronunziato decreto o ordinanza di archiviazione, ovvero sentenza di non luogo a procedere, nonche' in favore dei terzi, estranei alle indagini, che siano stati intercettati occasionalmente". In quest'ultimo caso, il diritto alla riparazione compete soltanto "qualora le intercettazioni siano state divulgate, in quanto il pubblico ministero non abbia disposto il loro immediato oscuramento all'atto della ricezione delle relative trascrizioni". In ogni caso, prosegue il comma, "anche a prescindere dall'oscuramento, l'avvenuta pubblicazione sulla stampa delle intercettazioni di comunicazioni telefoniche o di conversazioni deve essere valutata ai fini della quantificazione" per il risarcimento.
La domanda di riparazione del danno deve essere avanzanzata entro due anni e l'entita' non potra' "comunque eccedere la somma di euro 100 mila". Inoltre, "l'ingiusta intercettazione di conversazioni tra il difensore e il proprio assistito deve essere ulteriormente valutata ai fini dell'entita'" della cifra.
Ed ecco, all'articolo 2, la norma transitoria che permetterebbe di applicare la legge anche al caso Ruby: "Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore" potranno presentare istanza di riparazione per ingiusta intercettazione di comunicazioni telefoniche e di conversazioni coloro che, assolti, archiviati o estranei alle indagini ma finiti nelle cronache, sono stati oggetto "di ingiusta intercettazioni". Per loro il termine entro cui presentare la domanda diventa di 5 anni.
24 gennaio 2011 

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia Dire» e l'indirizzo «www.dire.it»

 

venerdì 17 dicembre 2010

Tendenza suicidio a sinistra

E' iniziato uno sterile confronto all'interno della sinistra su quanto sia giusto devastare il centro di Roma per protesta. Nonostante le rivelazioni de L'Espresso, che essendo rivelazioni non hanno avuto proprio alcun seguito, come sempre accade nel nostro paese, si continua a discutere se sia più efficace come strumento di lotta politica la manifestazione pacifica o il tumulto vandalico.
Emotivamente parlando, devastare tutto ciò che si vede è certamente più soddisfacente di una semplice sfilata: si sfogano gli istinti distruttivi, si colpisce il presunto nemico, ci si fa notare, è ganzo... Politicamente parlando, invece, non mi ricordo di aver mai visto seguire a un tafferuglio un vero dibattito pubblico sulle ragioni della protesta: devastare è soltanto un ottimo sistema per inimicarsi l'opinione pubblica e per legittimare chi ha il potere all'uso della forza bruta.
Il concetto era ben chiaro a Cossiga, che suggeriva a Maroni di incentivare i disordini durante le dimostrazioni per poi legittimare la polizia a picchiare pesante, forte del sostegno popolare. Le foto de L'Espresso potrebbero far crede che il consiglio di Cossiga sia stato subito raccolto dal ministro e messo in pratica. Comunque sia, il telespettatore medio ha recepito il messaggio: chi protesta contro la Gelmini e la sua controriforma è un vandalo lavativo, mentre la maggioranza silenziosa degli studenti operosi sostiene il ministro e i suoi sforzi per la meritocrazia. Semplice, banale e immediato.
A controprova, inviterei i sostenitori della "lotta armata", ovvero quelli che credono che minacciare il governo di distruggere tutto sia un ricatto efficace per ottenere qualcosa, a riflettere su quanto possa spaventare un governo che sta sfasciando l'Italia in maniera industriale e scientifica qualche gruppetto di facinorosi che lo fa artigianalmente...
Gli scontri di piazza il 14 dicembre sono stati la più bella arma di distrazione di massa regalata a Berlusconi: la compravendita dei deputati e il marcio della politica del governo sono stati dimenticati, mentre le telecamere erano puntate sul "ragazzo con la pala" che assaltava la camionetta della polizia.
Intanto certi siti di sinistra se la prendono con Saviano, accusandolo di essere divenuto funzionale al potere in quanto reo di aver scritto cose molto simili a quelle che avete letto qui. Mentre Silvio Cesare ride, i progressisti duri e puri, pronti a colpire chiunque si discosti dalla loro ortodossia perché la giudica controproducente per la causa comune, sono coloro che avranno in capo la duplice responsabilità del salvataggio del berlusconismo e del suicidio definitivo della sinistra italiana.

sabato 11 dicembre 2010

Wikileaks e il Vaticano: nulla di nuovo sotto il sole, eccetto qualche incomprensione

Mentre si continuano ad ignorare le conseguenze vere di Wikileaks di ui si è parlato nell'ultimo post, finalmente i giornali italiani rendono note le fuoriuscite di notizie riguardanti il Vaticano. I dispacci sono molto poco utili per capire il Vaticano, ma interessantissimi per comprendere il punto di vista statunitense sulla Santa Sede.
Il primo problema evidenziato è lo scarso uso delle nuove tecnologie: pochi blakberry e quasi nessun indirizzo e-mail, cosa che fa definire i prelati come tecnofobi. Si dice che la Curia ha una scarsissima capacità di produrre e di orientare informazione.
In secondo luogo, ci si lamenta che quasi nessuno in Vaticano conosca l'inglese, perché la struttura è italocentrica, ermetica e antiquata. Così per gli USA è impossibile influenzare le decisioni e avviare una partnership efficiente (si noti che per gli americani l'unico rapporto di amicizia possibile è quello di ingerenza!). E' noto, però, che la lingua della diplomazia vaticana è il francese, non l'inglese, per cui è strano che i funzionari statunitensi si stupiscano di non poter parlare la propria lingua ed essere compresi...
Poi se la prendono con il cardinal Bertone, reo di girare il mondo facendo poca politica e molta missione pastorale. Da cattolico italiano, ho sempre criticato Bertone per il suo troppo interesse per le vicende squisitamente politiche e la scarsa attività spirituale: che per gli USA la Santa Sede non sia un'istituzione religiosa ma un think tank come le lobby evangeliche di casa loro?
Infine tante informazioni inutili e già note: l'opposizione di Ratzinger cardinale all'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, il desiderio dei Papi di veder inserito nella costituzione UE un riferimento alle radici cristiane, la scarsa collaborazione in tema di pedofilia e la polemica con gli anglicani sul passaggio alla Chiesa Cattolica dei loro preti critici verso il sacerdozio femminile.
Sappiamo poi che i servizi di sicurezza del Vaticano, con l'eccezione di un breve corso di formazione sugli esplosivi, sono sempre stati restii a collaborare con l'FBI nella lotta (isterica) al terrorismo messa in atto negli anni passati.
La sala stampa della Santa Sede ha definito di "estrema gravità" le notizie pubblicate. Ovvero ha messo in atto quella strategia di vittimismo e di scandalo con cui riesce sempre a ingigantire qualsiasi cosa portando il Vaticano al centro di una tempesta internazionale. I documenti, infatti, lo criticano come macchina statale (cosa che non dovrebbe essere), non come istituzione religiosa.
La stampa italiana dedica un moderato interesse alla notizia e alle reazioni. L'Unità si limita perfino a riferire dei cablogrammi sulla pedofilia e poco più. Il Corriere, Il Fatto, Il Messaggero e Il Giornale dedicano un articolo e nessun commento. Solo La Repubblica esprime un parere, inserendolo nel bel mezzo del pezzo di cronaca: «Le carte del Dipartimento di Stato filtrate da Wikileaks che si riferiscono al Vaticano raccontano l'incontro fra due Imperi, e svelano in realtà lo scontro culturale fra un Paese moderno, democratico e dinamico e un sistema di potere monarchico, millenario ed ermetico».
Il confronto tra i due Imperi, così come lo scontro tra la modernità, la democrazia e il dinamismo degli USA (bombardamenti e arresti illegali inclusi) e l'ermetismo (dovuto all'uso della lingua francese, immagino) della monarchia millenaria vaticana, è tema così abusato da strappare un mezzo sorriso al lettore. Invece la confusione tra potere politico e religione in cui cade l'articolista potrebbe apparire sorprendente in un giornale che si definisce solitamente laico e laicista.

mercoledì 22 settembre 2010

Ancora su cultura ed erudizione: Odifreddi, e la letteratura

Odifreddi, nel blog tenuto sul sito di La Repubblica, prende una singolare posizione sulla letteratura, almeno apparentemente in contrasto con gran parte della sua precedente attività (cercate qui e troverete molti commenti a scrittori), visto che il matematico è più noto per le prese di posizione in campo letterario e religioso che per la sua attività di docente.
Personalmente, non ho nulla in contrario alla completezza dell'intellettuale e Odifreddi, sebbene mi trovi in rotta di collisione col suo pensiero, lo reputo un intellettuale completo, supportato da una solida padronanza delle culture umanistica e scientifica. E fin qui, tutto bene.
Va molto meno bene, però, quando Odifreddi, nello scritto in questione, si dimentica di tutta questa sua attività pregressa e dichiara, tranchant: "a me sembra che gli umanisti non si rendano conto che buona parte della letteratura è solo divertimento e svago, appunto come i centri commerciali e i reality. Ora, lo svago è sacrosanto, ma se lo può permettere solo chi ha tempo da perdere. Non un Newton, ad esempio, che andò una sola volta a teatro, e scappò prima della fine. Non un Darwin, che trovava Shakespeare «cosí insopportabilmente pesante da trarne disgusto». Non i molti premi Nobel o medaglie Fields, che ho sentito con le mie orecchie affermare di non avere interesse a leggere «storie inventate»"¹.
Dunque, in parole povere, per il matematico la letteratura è semplice divertimento, il regno dell'inutile buono solo per chi ha tanto tempo da perdere, certamente non per le persone seriamente impegnate in quelli che Odifreddi, in un altro suo articolo, aveva definito "i veri miracoli". Finisce per porre questa sua affermazione come un corollario al mio precedente post sullo scollamento tra cultura ed erudizione nella società attuale.
La pertinenza non potrebbe essere più evidente, considerato che il matematico scrive in risposta ad uno scambio tra Scalfari e Baricco sui "nuovi barbari", ovvero sui portatori di una civiltà nuova che si impone spazzando via le ceneri di quella vecchia: Google, la tecnologia touch, Wikipedia e tutto il resto mettono in crisi il mondo dei mezzi di comunicazione precedenti, come la stampa mandò in pensione il manoscritto.
Non si può negare, però, che è da più di un secolo che si sta predicando il mondo nuovo e sempre lo si sta facendo mettendo in relazione le novità del decennio in corso con la realtà degli anni immediatamente precedenti. Salvo a volte far riferimento ad un non meglio determinato passato che raccoglie in sé vizi e virtù di epoche variegate se non diversissime tra loro.
In realtà oggi non forse ha più senso cercare i barbari. Le frontiere dell'Impero sono crollate e tutti ci siamo trasformati nel barbaro che distrugge i barbarismi altrui, nell'assenza di una cultura comune che possa sintetizzare in sé il pensiero di tutti. E' barbaro, dunque, il comunista, come il liberale, come il fascista, come il leghista. Lo è l'artista astratto, come quello che invece sogna il ritorno al classicismo. Lo è il fanatico delle nuove tecnolocgie, come il teledipendente, come chi sogna di distruggere computer e cellulari per tornare alla vita agricola di inizio Novecento. Lo è l'ateo, come lo è il credente. Nel pluralismo assoluto, la ribellione è permessa e dunque non è più ribellione.
L'unico denominatore comune è, appunto, l'assenza di un vero denominatore comune, lo scollamento delle nozioni (comuni a tutti gli scolarizzati) dalla cultura in cui esse vengono calate (per ciascuno diversa), il risultato del trionfo dell'erudizione di tipo scientifico sulla formazione di tipo classico. Distinzione he non va intesa, però, come la vecchia dicotomia tra le discipline classiche e quelle scientifiche: c'è un abisso nello studio "scientifico-formale" del latino e quello di tradizione rinascimentale che cercava nelle letterature antiche dei contenuti, perfino nelle forme. Si devono oggi conoscere i classici, ma nessuno pretende che li si faccia diventare un bagaglio della propria cultura (intesa, come sempre, come modo di sentire e di pensare).
Odifreddi si colloca in un filone esasperato di questa corrente quando predica l'inutilità della letteratura. Non si deve più imparare, dunque, per formare l'individuo, ma per apprendere nozioni di rilevanza pratica immediata e poter lavorare tutti insieme nella costruzione del mondo della scienza e della tecnica sognato da Comtes e dai positivisti. Il resto è divertimento.
A proposito di divertimento, fa bene ricordare a chi la pensa come Odifreddi, ma anche a chi non la pensa come lui, che in una civiltà diversa, dove l'erudizione era considerata inutile se non inserita in un contesto culturale, Pascal aveva definito divertimento (divertissement) tutto ciò che non forma l'individuo, ma lo distoglie dal pensare alla sua condizione miseramente umana (e, aggiungiamo, gli fa credere nei "veri miracoli" di cui parla Odifreddi). E, da uomo di scienza, ci avrebbe inserito anche la pura e semplice erudizione scientifica.



1 - Una nota, per essere puntigliosi: Newton forse non aveva tempo da perdere con la letteratura, ma di certo ne ha perso tanto in studi esoterici e astrologici. Ci rallegriamo, perché Odifreddi, più saggiamente, ha sempre dimostrato molto interesse per la prima e nessuno per i secondi, motivo per cui purtroppo (stando alle sue parole) non diventerà mai come Newton. Per sua fortuna.

domenica 5 settembre 2010

Federalismo in salsa Maroni

Ecco come intende la Lega al governo l'autonomia degli enti locali virtuosi. In compenso alla Regione Sicilia piovono contributi a pioggia per mantenere in piedi tutto l'apparato clientelare-mafioso che ben conosciamo.

domenica 25 luglio 2010

Caro Silvio

Su Youtube si può trovare questa bella canzone, per adesso senza nome, ma che noi chiameremo Caro Silvio per via del suo tormentone. Un inno di singolare bellezza e arte, che riporta il nostro pensiero ai decenni passati, a quel Ventennio che, dopo aver portato l'Italia in una guerra-baratro, adesso è ricordato da molti italioti come un modello elevatissimo di politica italiana. In questa Italietta nostalgica troviamo sedicenti cattolici (che si dimenticano che il Duce usò la Chiesa a suo uso e consumo, ma chiuse le associazioni cattoliche), sedicenti liberali (che dimenticano che sul liberalismo Benito scriveva peste e corna) e sedicenti filoamericani (che si dimenticano che il Regime crollò con molti edifici italiani sotto le bombe a stelle e strisce). Ma godiamoci insieme la canzoncina.

venerdì 23 luglio 2010

Meglio che il cittadino non se ne intenda troppo di leggi

Uno dei principi cardine dello Stato di diritto e il fondamento stesso della certezza dei rapprti giuridici è la conoscibilità delle disposizioni di legge. Un tempo per conoscere le leggi esistenti occorreva la lettura periodica delle Gazzette Ufficiali, oppure ci si doveva affidare alla meticolosa opera di compilatori, dato che la cosiddetta decodificazione aveva portato alla nascita di miriadi e miriadi di leggi estranee ai codici tradizionali. Oggi, invece, lo strumento di internet permette una molto più semplice reperibilità delle risorse che, se non fosse per la lingua solo lontanamente imparentata con l'italiano in cui sono scritti gli articolati approvati dalle Camere, potrebbe veramente sfoltire quell'intrico di intermediari, esperti ed azzeccagarbugli che impedisce al cittadino l'autotutela giuridica e fomenta contenziosi inutili e scelte sbagliate che si tramutano sempre in lauti onorari per i giuristi.
In particolare sono nati motori di ricerca sempre più raffinati per trovare leggi e sentenze, il migliore dei quali, almeno sul piano legislativo, era il portale gestito dal Ministero della Giustizia, Norme in Rete. Servizio che da qualche mese a questa parte è stato eliminiato.
Una regressione? L'ennesimo tentativo della chiusura di casta della nostra società? Forse. O più semplicemente la consapevolezza che un cittadino troppo informato, capace di conoscere le leggi e capire cosa di tutte queste riforme confuse e ridondanti che ci stanno presentando in questo periodo porterà effettivamente un beneficio e cosa, invece, rischia di trasformarsi in un danno per lui, è un cittadino troppo pericoloso.